Dichiarazione per il Futuro

La crisi che stiamo vivendo non è solo climatica, si tratta di crisi multiple e interconnesse tra loro. L’attuale sistema economico si basa su disuguaglianze, discriminazioni, degrado ambientale e squilibri di potere che mettono sotto attacco la sopravvivenza delle persone, così come del nostro pianeta. Non sarà possibile raggiungere la giustizia climatica senza giustizia sociale, giustizia economica e giustizia di genere.  

Un altro mondo non è soltanto possibile: è urgente e necessario. Per realizzarlo, serve prendere scelte coraggiose e ascoltare davvero la popolazione. Queste sono le proposte di decine di associazioni, movimenti, organizzazioni, realtà locali, nazionali e internazionali, riunitesi nella Climate Open Platform in occasione della PreCOP di Milano. Sono le proposte che faremo arrivare a Glasgow per la COP26, sono le sfide che i governo dovranno decidere di cogliere prima che sia troppo tardi.

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Le conseguenze della crisi sistemica che stiamo vivendo hanno impatto sempre piu drammatico su tutti i diritti umani risonosciuti e tutelati a livello internazionale: diritto alla vita, alla salute, all’acqua, all’alimentazione, all’alloggio, all’autodeterminazione etc. Gli impatti dei cambiamenti climatici in corso ricadranno inoltre in modo particolare e sempre più  spropozionato su gruppi sociali vulnerabili, migranti, giovani e donne, specialmente coloro che già affrontano molteplici forme di discriminazione. Gli attuali modelli economici e di sviluppo hanno privatizzato e monetizzato i beni comuni, trasformato beni e servizi pubblici in merci, deregolamentato il lavoro e rafforzato così il sistema patriarcale, il razzismo, il (neo)colonialismo e l’eteronormatività. È un sistema che agisce a scapito delle persone più vulnerabili e dell’ambiente e che rafforza gli squilibri di potere tra Nord e Sud del mondo. Sono infatti i paesi del Sud del mondo, e in particolare comunità locali marginali, popoli indigeni, migranti, donne e giovani, a pagare il prezzo più alto di questa crisi climatica globale, pur essendone i meno responsabili. 

Nel 2020, 82,4 milioni di persone (di cui il 42% sono minori ) sono state costrette a migrare, numero quasi raddoppiato rispetto a quello riportato per il 2010 (poco meno di 40 milioni), e aumentato anche solo rispetto al 2018 (70,8 milioni nel 2018).  Nonostante numeri così alti e nonostante le analisi dell’ONU parlino sempre più di crescita esponenziale del numero di persone costrette ad abbandonare il proprio luogo di vita per disastri ambientali e climatici – o come abbiamo visto a causa di un mix intricato di stress ambientali, economici e sociali -, non esiste una rilevazione quantitativa del migrante ambientale e climatico perché questa figura non è riconosciuta nella legislazione internazionale. Abbiamo invece un quadro internazionale più chiaro dei cosiddetti sfollati interni:  durante il 2020 si sono registrati 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, di cui 30 milioni e 700 mila persone sono state obbligate a fuggire a causa di disastri ambientali di cui il 98% sono disastri di natura meteorologica 9 milioni e 800 mila persone a causa di violenze e conflitti; il 95% dei conflitti registrati nel 2020 sono avvenuti in paesi ad alta o altissima vulnerabilità ai cambiamenti climatici e degrado ambientale.

Lo stretto legame tra crisi climatica, disuguaglianze e violazione dei diritti umani è confermato anche da numerosi studi e statistiche. Basti pensare che in 25 anni l’1% più ricco ha emesso il doppio della CO2 di 3,1 miliardi di persone. I cambiamenti climatici mettono a rischio la sicurezza e i mezzi di sostentamento di miliardi di persone e, in base alla carta internazionale dei diritti umani ma non solo, gli stati hanno l’obbligo di garantire a tutte e tutti il godimento dei propri diritti, come il diritto a una vita dignitosa e libera dalla violenza, e quindi anche di adottare le misure necessarie per contrastare gli effetti della crisi climatica. Così come sostenuto dalle cosmogonie indigene riteniamo che sia fondamentale non solo garantire i diritti umani ma anche i diritti della natura per contrastare il terricidio attualmente in corso.
Inoltre, comprendere e analizzare la relazione tra cambiamento climatico e disuguaglianze di genere è fondamentale per poter affrontare efficacemente entrambe le questioni. Se è vero che gli effetti del cambiamento climatico colpiscono sia uomini che donne, è vero anche che questo amplifica le già esistenti disuguaglianze di genere e contribuisce ad esacerbarle. Il motivo per cui le donne sono più vulnerabili al cambiamento climatico è legato al ruolo tradizionalmente attribuito loro dalla società patriarcale. Le donne portano spesso il peso del lavoro domestico e di cura non pagato, essendo ad esempio responsabili della raccolta dell’acqua nell’80% delle famiglie che non hanno accesso ad acqua potabile. Le donne sono anche responsabili della produzione e fornitura di cibo nelle famiglie e costituiscono in media il 43% della forza lavoro agricola. Affrontano maggiori rischi per la salute quando l’acqua e i sistemi sanitari vengono compromessi e la povertà, nel frattempo, porta a matrimoni precoci, perdita di istruzione e minori opportunità. Inoltre, il cambiamento climatico ha impatti sul reddito, sull’istruzione, sull’accesso alle risorse, alle tecnologie e all’informazione. Riconoscere queste condizioni è fondamentale, così come riconoscere che le donne non sono naturalmente un “gruppo vulnerabile”, ma possono diventarlo a causa dei contesti in cui vivono. Le donne sono potenti agenti di cambiamento.

 

Riteniamo urgente intraprendere le azioni necessarie per contrastare la crisi climatica che sta seriamente compromettendo il diritto a una vita dignitosa per le persone evidenziando le intersezioni con le molteplici crisi che stiamo vivendo:

    • Chiediamo che i diritti umani, includendo ma non limitandosi a quelli sanciti nella carta internazionale dei diritti umani e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori devono essere garantiti per tutte e tutti, ovunque. Gli stati devono riconoscere al più presto che la crisi climatica rappresenta anche una violazione dei diritti umani e riconoscere il potenziale trasformativo dei gruppi più colpiti dalla crisi climatica (donne, giovani, rifugiati e migranti, popolazioni indigene, persone con disabilità). 
    • I popoli che stanno soffrendo per primi e più duramente gli effetti della crisi climatica hanno in comune un passato di sfruttamento da parte delle potenze coloniali pur essendo coloro che hanno minori responsabilità per la crisi climatica. Presupposto irrinunciabile per ristabilire equità è la piena applicazione del principio di responsabilità comuni ma differenziate, principio formalmente riconosciuto a livello internazionale e che informa il diritto climatico, per cui gli Stati che hanno maggior responsabilità storica e maggior capacità tecnologica e finanziaria sono chiamati ad assumere impegni maggiori, ambiziosi e vincolanti per la drastica riduzione delle loro emissioni rispetto ai paesi con responsabilità e capacità minori. La lotta per la giustizia climatica è necessariamente una lotta antirazzista e anticolonialista. Pensiamo sia fondamentale smantellare il sistema razzista e neocoloniale che continua a perpetrare e rafforzare disuguaglianze, discriminazioni e sfruttamento a livello globale. Chiediamo di introdurre riparazioni verso le comunità del sud globale e le comunità indigene di tutto il mondo attraverso il finanziamento immediato del Green Climate Fund e la cancellazione del debito dei paesi più poveri. 
    • La governance globale oggi non riconosce, difende e valorizza i diritti umani delle comunità più marginali e oggetto di discriminazioni e violenze, così come dei peggiori impatti del cambiamento climatico. È necessaria una profonda redistribuzione di poteri e risorse attraverso nuove modalità di governance a livello internazionale, nazionale e locale, centrate sui portatori di diritti (rightholders) e non sulle nuove forme di “multistakeholderism” che dietro una vernice di partecipazione occultano i poteri forti di grandi interessi economici e finanziari. 
    • Allo stesso modo gli strumenti di governance climatica non vincolano i soggetti privati ma soltanto gli Stati. Le multinazionali, a partire dalle mator dell’industria energetica fossile, sono tuttavia i soggetti che maggiornemente contribuiscono alle emissioni clima alteranti. Basti pensare che appena cento compagnie, tra cui ExxonMobil, Shell, BHP Billiton e Gazprom, sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni totali di gas serra prodotte dal 1988. Per questo, è fondamentale che la comunità internazionale lavori alla previsione di strumenti vincolanti per imporre anche alle imprese precise obbligazioni climatiche, il cui rispetto deve essere garantito attraverso meccanismi di controllo e di sanzione. 
  • In quanto protagoniste nei settori produttivi principali, le donne sono nella posizione ideale per identificare e adottare strategie appropriate per affrontare il cambiamento climatico a livello familiare e comunitario. La lotta per la giustizia climatica è una lotta transfemminista che promuove l’abolizione dei ruoli di genere e delle dinamiche patriarcali nella famiglia, nella società, nell’economia, nella politica ed in ogni altro contesto.  
  • Gli sfollamenti e le migrazioni transfrontaliere e internazionali possono essere scatenate e amplificate dagli impatti del cambiamento climatico, da eventi improvvisi o di medio lungo periodo, come la desertificazione e l’innalzamento del livello dei mari. L’ingolfamento delle città, soprattutto nelle aree periferiche, più marginali e degradate, porta a nuove tensioni sociali e guerre tra poveri, a un ulteriore degrado con maggiori rischi di esposizione agli eventi metereologici estremi ed improvvisi, a ad ulteriori sfollamenti. Questi effetti sono oramai inevitabili, è necessario mettere in campo politiche che prioritizzino i paesi più colpiti. La comunità scientifica ha infatti da tempo evidenziato la connessione tra vulnerabilità ambientali e sfollamento/migrazioni Questo circolo vizioso deve terminare. Le migrazioni forzate che mischiano i fattori climatico-ambientali, con quelli economici, sociali e politici, possono essere evitate solo con nuove politiche di mitigazione ed adattamento fondate sul rispetto dei diritti umani, con nuovi modelli di sviluppo locale, rurali e urbani, fondati sulla resilienza e l’equità. La mobilità umana può essere una modalità di adattamento ma innanzitutto devono essere evitati e minimizzati i rischi di sfollamento e migrazioni forzate. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento via canali migratori sicuri e regolari, e ogni migrante deve vedersi riconosciuti i diritti fondamentali, in particolare in una situazione di crisi pandemica e climatica che aumenta le disuguaglianze su scala globale. La COP26 deve procedere speditamente per il riconoscimento dei migranti ambientali e relativo sostegno a programmi di adattamento e riparazione di danni e perdite (loss&demages) con piani di protezione e reinsediamento, laddove necessario, che assicurino i diritti fondamentali e ad una vita dignitosa; mentre risulta necessario creare infrastrutture e piani di difesa del territorio, di resilienza locale, specialmente delle aree più degradate dove abitano le comunità più marginali, che assicurino il loro diritto a restare e a migliorare le condizioni di vita.  
  • Oltre alla rilettura dei diritti umani riconosciuti dal diritto internazionale alla luce dei loro profili climatici, e al varo di concrete politiche utili a garantirne il pieno godimento, chiediamo che sia riconosciuto e tutelato, come nuova fattispecie ad hoc, a livello internazionale uno specifico  diritto umano al clima stabile e sicuro come diritto fondamentale. La tutela del sistema climatico e della sua stabilità risulta infatti essere precondizione per la realizzazione e la tutela di tutti gli altri diritti umani fondamentali.

La deriva predatoria dell’economia di mercato sta mettendo sotto attacco le risorse naturali rinnovabili del nostro pianeta e, con queste, i popoli, le comunità, gli individui che se ne prendono cura. Questo sistema di accesso iniquo alle risorse più preziose per il nostro futuro si basa sull’idea che tale squilibrio possa proseguire inalterato per sempre, garantendo benessere illimitato ad una piccola porzione dell’umanità, a scapito di una grande maggioranza che a queste risorse non accede. Tale presupposto è falso ed insostenibile e sta mostrando già adesso tutti i suoi risvolti negativi.

Si stima che nel mondo un miliardo di persone siano coinvolte nella produzione alimentare, e che gli agricoltori di piccola scala sfamino l’umanità producendo tra il 70 e l’80% del cibo totale. Eppure più del 70% di chi soffre la fame vive in aree rurali, e i soggetti più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici sono proprio contadinɜ, pastorɜ, lavoratorɜ rurali, pescatorɜ e popoli indigeni, specialmente se donne e giovani. Gli effetti dei sistemi alimentari industriali che aumentano le disuguaglianze erodono dignità e diritti di chi sfama il mondo.  Anche se nel secolo scorso l’inizio dell’uso massiccio di input chimici in agricoltura portò ad un considerevole aumento dei rendimenti, oggi paghiamo con gli interessi le conseguenze dell’agricoltura industriale estrattiva. Essa dipende dall’uso di grandi quantità di energia, acqua e combustibili fossili, non si cura di preservare i nutrienti nel suolo né la biodiversità e si basa sullo sfruttamento dell’umano e del non umano, come ad esempio succede negli allevamenti intensivi. Ne derivano devastanti effetti ambientali e sociali: un terzo di tutte le emissioni di gas serra in atmosfera, inquinamento di terreni e riserve idriche, migrazioni, spopolamento, impatti sulla salute e sfruttamento della manodopera dal campo al piatto, eventi meteoclimatici estremi, perdita di biodiversità

I sistemi alternativi a tutto questo esistono: l’agroecologia è un approccio all’agricoltura, all’allevamento e alla pesca che promuove una pluralità di pratiche in armonia con gli ecosistemi locali e che preservano la biodiversità, terrestre e marina,  i semi contadini e le altre risorse genetiche, migliorano la fertilità del suolo, mirano a raggiungere l’autonomia dei produttori e produttrici e a rispettare i loro diritti e quelli di lavoratori e lavoratrici agricol3.

Un rinnovato protagonismo del pubblico che è chiamato ad intervenire su di un altro diritto umano fondamentale: il diritto all’acqua. La crisi idrica è infatti emblematica di un sistema di gestione caratterizzato da una logica monopolistica e privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto. Le politiche nazionali e internazionali devono garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona. Da dicembre 2020 l’acqua è stata quotata in Borsa, un passaggio epocale che apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni e costituisce una grave minaccia ai diritti umani fondamentali. Tale processo deve essere contrastato con decisione sia livello nazionale che internazionale. Inoltre, la cosiddetta “riforma” del settore idrico contenuta nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza punta al rilancio dei processi di privatizzazione, in particolare nel Mezzogiorno. Tramite il PNRR sono annunciati forti investimenti pubblici che, però, sono finalizzati unicamente a sostenere il mercato e le sue logiche in continuità con l’azione dei governi precedenti tesa a disconoscere e tentare di cancellare l’esito referendario del 2011.

Mentre i nostri leader accolgono apertamente le false e rischiose soluzioni dell’agricoltura industriale – come l’agricoltura di precisione e digitale, i nuovi OGM e il carbon farming – noi chiediamo di cambiare urgentemente la direzione dei nostri sistemi alimentari, per una vera giustizia climatica. A livello individuale dobbiamo cambiare le nostre abitudini, sostenendo le produzioni locali e riducendo il nostro consumo di carne, ma necessitiamo anche di politiche pubbliche che:

  • promuovano e sostengano l’agroecologia contadina, con la nascita e la transizione di numerose aziende di piccola scala in contrasto alla concentrazione e all’accaparramento di terre e risorse naturali;
  •  promuovano le filiere corte e reti di distribuzione alternative;
  •  orientino il “public procurement” degli enti pubblici verso approvvigionamenti biologici locali;
  • orientino la ricerca universitaria pubblica, spostando il focus dei programmi di ricerca dall’agricoltura industriale all’agroecologia;
  •  favoriscano l’accesso e la redistribuzione delle terre, in particolare a beneficio di giovani e donne;
  •  fissino un numero di massimo di capi allevati in base alla biocapacità del territorio;
  • garantiscano il libero accesso e la libera riproduzione delle sementi, superando l’attuale regime di proprietà intellettuale 

Rispetto alla governance dei sistemi del cibo chiediamo:

  •  Una Politica Agricola Comunitaria che diventi la base delle risorse economiche per attuare la transizione ecologica;
  • Una moratoria su tutti i trattati commerciali, a partire dal trattato UE-Mercosur, che deregolamentano gli scambi del settore agricolo, in ossequio al principio di precauzione.;
  •  la traduzione legislativa della Dichiarazione dei diritti dei contadini varata dalle Nazioni Unite nel 2018.

 

Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Diviene in sostanza urgente rimettere al centro la tutela e la gestione pubblica e partecipativa dell’acqua. In questo contesto, occorre dunque mettere in atto provvedimenti volti alla riduzione dei consumi idrici, alla ristrutturazione delle reti, all’efficientamento dell’utilizzo dell’acqua in agricoltura e nella produzione industriale; respingendo l’uso improprio delle tecnologie e il ricorso alle grandi opere.

È necessario riaffermare il valore universale dell’acqua, del cibo, dei suoli e delle foreste come beni comuni e la necessità di una loro gestione pubblica e partecipativa, contrastando il rilancio dei processi di privatizzazione attuato mediante il PNRR e le riforme che lo accompagneranno.

 

Le conseguenze della trasformazione del sistema sociale, economico e politico volta a fermare e invertire gli effetti del cambiamento climatico non possono essere pagate dai lavoratori, delle lavoratrici e dalle comunità, né possono rappresentare alibi per ristrutturazioni aziendali a tutto vantaggio di profitti e dividendi. Questo cambiamento, che chiamiamo giusta transizione, deve essere realizzato con urgenza, per garantire il rispetto dell’obiettivo di non incrementare la temperatura oltre 1,5°C.  Questa trasformazione deve puntare al raggiungimento di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, compresa una piena occupazione di qualità, garantire il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, durante tutto il ciclo di vita del prodotto a partire dall’estrazione delle materie prime, e un’equa distribuzione delle risorse e del benessere a livello globale. La giusta transizione può essere perseguita solo attraverso un ruolo forte degli stati e attraverso un ruolo centrale della democrazia reale e della partecipazione, che preveda anche il coinvolgimento diretto di lavoratori, lavoratrici e sindacati nella definizione e nella gestione della transizione; ma anche dei territori e dei cittadini e delle cittadine che li veda coinvolti in un processo decisionale integrato che accompagni la profonda trasformazione; le sole regole del mercato finalizzate alla ricerca del profitto e l’attuale sistema neoliberista, estrattivista e basato su un consumismo sfrenato, infatti, non sono compatibili con le priorità della giusta transizione.

I cambiamenti collegati a una giusta transizione ecologica dell’economia e della società avranno impatti molto profondi. Nel più breve tempo possibile dobbiamo passare da un sistema energetico basato su grandi impianti alimentati da fonti energetiche fossili a un sistema decentrato basato su efficienza energetica e fonti energetiche rinnovabili, da un sistema produttivo lineare ed estrattivo ad uno circolare e rigenerativo, da una mobilità prevalentemente individuale e a combustione ad una prevalentemente collettiva, elettrica e dolce, da un sistema agricolo intensivo ad uno sostenibile, da un sistema urbano basato sull’espansione insediativa ad uno basato sulla riqualificazione e rigenerazione della città costruita, dobbiamo riconvertire le produzioni altamente inquinanti e rivedere complessivamente il sistema produttivo e dei consumi, tenendo conto dei limiti imposti dalla scarsità delle risorse del pianeta e della necessità di una loro più equa ripartizione a livello globale. Se questo processo di cambiamento non sarà adeguatamente pianificato e gestito, il prezzo della transizione ecologica lo pagheranno direttamente i lavoratori e le comunità, con la perdita del posto di lavoro e di prospettive occupazionali per il futuro. L’occupazione che si crea nella transizione ad un modello di sviluppo sostenibile è molta di più di quella che si potrebbe perdere abbandonando fonti fossili e produzioni altamente inquinanti ma questa occupazione non necessariamente è negli stessi settori e negli stessi territori. È per questo che servono piani e misure di giusta transizione definiti attraverso un ruolo forte dello Stato in economia, anche con una sua partecipazione nei settori ritenuti strategici e con la creazione diretta di posti di lavoro, e con il coinvolgimento democratico di comunità, parti sociali e società civile organizzata.

  • I piani per la giusta transizione devono pianificare le politiche industriali, fiscali ed economiche per la transizione ecologica,  la creazione diretta e/o il sostegno per la creazione di nuovi posti di lavoro sostenibili (efficienza energetica, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, ricerca, formazione, manutenzione del territorio, tutela e ripristino degli ecosistemi, bonifiche aree contaminate, agricoltura sostenibile, sanità, istruzione, ecc.), a il sostegno alla ricerca ed allo sviluppo di nuove filiere industriali .
  • Le misure di giusta transizione sono tutti quegli strumenti necessari a garantire la tutela dei lavoratori nella transizione, tenendo presente cambiamenti strutturali che prevedano la creazione di nuovi posti di lavoro sostenibili e di qualità, politiche di welfare avanzato tra cui un reddito di garanzia e continuità e ammortizzatori sociali universali capaci di accompagnare la trasformazione, riduzione del tempo lavoro a parità di salario, percorsi di riqualificazione professionale e formazione permanente, ampliamento delle misure a sostegno di lavoratori e lavoratrici. 
  • Tra le misure di giusta transizione andrà necessariamente prevista anche una legge contro le delocalizzazioni capace di disincentivare, con sanzioni e normative ad hoc, la chiusura di unità produttive con conseguente spostamento di investimenti in Paesi dove le tutele del lavoro sono più deboli, i salari più bassi e le normative di tutela ambientale inadeguate alla sfida del cambiamento climatico. Altrettanto necessaria una legge sulla rappresentanza per contrastare lo sfruttamento del lavoro. 

La nostra preoccupazione e la nostra lotta sono finalizzate a non far pagare la transizione ai lavoratori, alle lavoratrici e ai soggetti più fragili della società, ci riferiamo ai MAPA ma anche a tutte quelle  persone che nel nostro paese soffrono a causa di divari (territoriali, di genere, ecc.), crisi industriali, povertà e disuguaglianze. Le risorse dei Piani di ripresa e resilienza post pandemia, fra cui il PNRR, messe in campo a livello globale sono un’occasione irripetibile per accelerare la giusta transizione eliminando gli impatti occupazionali e sociali (rincaro delle bollette, contrasto alla povertà energetica, diritto alla mobilità, ecc.) e garantendo il benessere delle persone.  Devono però essere finalizzate ad investimenti concreti, efficaci e mirati, prevedere condizionalità sociali ed ambientali, non devono essere dispersi per il finanziamento di false soluzioni “verdi”, al greenwashing delle aziende o addirittura come alibi per ristrutturazioni aziendali che garantiscono profitti alle imprese e dividendi agli azionisti sacrificando i diritti del lavoro e dovranno essere accompagnate da adeguate risorse ordinarie e da una riforma fiscale in senso ambientale e sociale, che sia redistributiva e progressiva e finalizzata all’equità e alla giustizia sociale.

Tra i temi di rilievo nella transizione ecologica sicuramente c’è quello energetico, che avrà impatti importanti anche in tema di lavoro.​

Un cambiamento importante che dovrà vedere l’uscita, del nostro Paese, dalle fonti fossili a partire dal phase out del carbone entro il 2025 e che, per rispettare gli obiettivi al 2030, dovrebbe realizzarsi accelerando la transizione a un modello energetico basato su efficienza energetica e fonti rinnovabili, senza la realizzazione di nuove centrali a gas, indirizzando in questa direzione investimenti strutturali e incentivi.

La Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, dovrà rivedere tutti i sussidi che l’Italia si era impegnata ad eliminare e/o rimodulare entro il 2025, compreso il capacity market.

​Sarà fondamentale affrontare questa fase di transizione con la convinzione che per arrivare agli obiettivi di decarbonizzazione sarà necessario da qui al 2030 installare almeno 8 GW di nuova potenza da fonti rinnovabili, evitando false soluzioni, investendo solo in quei progetti che non prevedano nuove emissioni di CO2, investire su accumuli di piccola e grande scala, sulle reti che dovranno non sono acquisire nuova capacità di trasporto ma anche essere bidirezionali, per spostare importanti flussi energetici che arriveranno dai grandi impianti da fonti rinnovabili, realizzati nel rispetto nel territorio e della popolazione, ma anche dagli impianti più piccoli, diffusi su tetti e territori, e organizzati in comunità energetiche.​

​Questo è il tempo di agire con lungimiranza, necessario e doveroso abbandonare quindi non solo le fonti fossili, nel più breve tempo possibile, ma anche concentrare le risorse in soluzioni possibili e concrete.​

Le aziende a partecipazione pubblica e le grandi multinazionali devono rivedere le proprie strategie industriali ad oggi ancora incentrate sulle fossili, che mettono a rischio clima, innovazione e posti di lavoro, ed accelerare la transizione verso efficienza energetica e fonti rinnovabili, nel rispetto degli obiettivi dell’accordo di Parigi, a partire dal contenimento dell’incremento della temperatura globale entro 1,5° e delle direttive europee, dal green deal, alla legge per il clima, al Fit for 55%.

​L’idrogeno, che deve essere esclusivamente verde, estremamente energivoro,​ può essere una soluzione ottimale nei settori difficili da decarbonizzare, ma non è la soluzione per tutti i problemi energetici e climatici. Non deve essere la soluzione per la mobilità urbana e nel settore residenziale, dove tecnologie, conoscenze e capacità sono già in grado di traghettarci verso il 2030, e sulla quale è giusto continuare a fare ricerca soprattutto nel settore dei nuovi materiali.​

​Alle politiche sulla produzione di energia è necessario, inoltre, affiancare politiche di efficienza energetica, perché l’energia più pulita e che costa meno è quella che non si consuma e perché vivere in Classe A deve essere un diritto di tutti e tutte. Il superbonus deve essere prolungato e rimodulato in modo che sia più semplice per le famiglie in difficoltà accedere all’incemtivo più generoso al mondo. Impensabile parlare di transizione energetica lasciando indietro i milioni di famiglie che oggi vivono in condizioni di precarietà economica e sociale. 2,2 le famiglie in condizioni di povertà energetica.​​

Affrontare il tema della decarbonizzazione dei diversi settori produttivi è e sarà un tema complicato, che richiede soluzioni complesse e integrate  e nuove politiche industriali governate e coordinate oltre ad un forte ruolo delle Stato. Non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale dei territori e dei lavoratori. Anche il miglior progetto, se calato dall’alto, rischia di non vedere mai la luce. Per questo è necessario avviare, non solo percorsi di conoscenza e informazione nei territori, ma anche e soprattutto percorsi di partecipazione in grado di superare la sindrome nimby e di fornire strumenti per valutare la qualità dei progetti.

Il ruolo del sistema finanziario nella battaglia contro i cambiamenti climatici è cruciale. Le risorse che banche, fondi d’investimento e compagnie d’assicurazione sono in grado di mobilitare sono enormi. Molto più ampie degli stanziamenti previsti dai governi non solo per la transizione ecologica, ma anche per la ripresa economica post-Covid.

Il controvalore dei soli prodotti finanziari derivati commercializzati in tutto il mondo è svariate volte superiore al Prodotto interno lordo mondiale. Ogni giorno, sul solo mercato valutario vengono effettuate compravendita per migliaia di miliardi di dollari. Transazioni del tutto scollegate dall’economia reale, che rispondono unicamente a principi speculativi, di massimizzazione dei profitti a vantaggio di pochi, con ricadute estremamente esigue in termini di posti di lavoro, a fronte di enormi rischi posti alla stabilità del sistema economico e finanziario.

Studi recenti, inoltre, indicano che anche molti dei prodotti finanziari venduti come allineati a standard ambientali, sociali e di governance (ESG), in realtà, solo per quote risibili sono davvero benefici per il processo di decarbonizzazione. Il rischio di greenwashing, dunque, è particolarmente alto.

Ciò che invece è chiarissimo è che, come confermato dall’ultimo rapporto annuale Banking on Climate Chaos, 60 grandi banche internazionali hanno concesso alle compagnie che, a vario titolo, sfruttano le fonti fossili qualcosa come 3.800 miliardi di dollari, nel ‘periodo 2016-2020. Ovvero dopo il raggiungimento dell’Accordo di Parigi del 2015. 

Il tutto in un contesto nel quale le stesse promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra avanzate dai governi di tutto il mondo risultano ancora largamente insufficienti. Anziché centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, l’aumento della temperatura media globale potrebbe superare ampiamente i 2 gradi centigradi.

Eppure gli stessi governi, volendo, avrebbero a disposizione strumenti efficaci per imporre cambiamenti profondi anche alla finanza. 

  • Una carbon tax globale e meccanismi efficaci di aggiustamento alle frontiere potrebbero porre un argine ad una serie di  business as usual nocivi per il clima. 
  • Una tassa sulle transazioni finanziarie, con un piccolo prelievo su un’ampia base imponibile, potrebbe ridurre fortemente la speculazione e drenare dal casinò finanziario internazionale centinaia di miliardi di dollari all’anno, che potrebbero essere utilizzati per progetti di mitigazione e di adattamento. 
  • La leva fiscale potrebbe inoltre essere usata in modo efficace per incentivare le imprese ad operare una transizione nell’ottica di azzerare le emissioni nette di CO2 al più presto. 
  • Le banche centrali potrebbero inoltre incidere fortemente, ad esempio in occasione delle manovre di quantitative easing, superando il principio di “non ingerenza sui mercati”. Ciò poiché i mercati hanno dimostrato di non essere in grado di auto-regolarsi, né in termini di limitazione delle attività speculative, né tantomeno in riferimento alla necessità di orientare i flussi di denaro verso attività a basso impatto climatico.

La finanza non può essere esentata dallo sforzo globale e non può essere lasciata libera di continuare ad iniettare denaro in attività deleterie per la stabilità del clima. La logica dei profitti ad ogni costo non può prevalere sulla necessità di salvaguardare la Terra. I governi hanno il dovere di tutelare le popolazioni e di garantire un futuro alle prossime generazioni. Gli strumenti a disposizione non mancano: ciò che serve è la volontà politica di attuarli. Ciò che serve è la volontà di non passare alla storia come quelli che avrebbero potuto governare una rivoluzione e, invece, hanno preferito assistere a una catastrofe.

Nel corso degli ultimi venti anni il mondo della scuola e dell’università ha subito un violento attacco dal sistema capitalista e neoliberista che ha generato un grave svilimento del ruolo che i luoghi della formazione devono avere nel nostro paese e nella società.
In modo sempre più pressante il mercato è entrato nei luoghi della formazione, subordinando il sapere a logiche di profitto volte alla legittimazione di un modello culturale e di sviluppo che pone su due piani diversi i saperi cosiddetti umanistici e quelli scientifici, individuando in questi ultimi quelli da prediligere in virtù della loro maggiore capacità di produrre valore. 

A questo si accompagna l’introduzione nel sistema formativo un concetto di merito che svilisce la formazione a privilegio per pochi, contribuendo a compartimentare la società sulla base delle condizioni economiche. L’enorme divario tra classi sociali, tra l’altro in costante aumento, è assolutamente incompatibile con la concezione di merito standardizzata che attualmente è basata sul conseguimento di obiettivi che tuttavia non tengono conto delle condizioni di partenza di ciascuǝ studentǝ. Inoltre la continua rincorsa al raggiungimento dei criteri di merito, produce la legittimazione di un modello di istruzione fortemente schiacciato sull’esaltazione dell’eccellenza, che parcellizza lз studentз, producendo competizione e svuotando i luoghi della formazione del loro ruolo di costruzione di conoscenza collettiva, in quanto riduce gli spazi di confronto ed immaginazione sia tra docentɜ  e studentɜ che tra studentɜ stessɜ.

Una strategia, questa, che di fatto rende incapace i luoghi della formazione di costruire critica della realtà che ci circonda. 

È necessario, per la costruzione di una società ecologicamente e socialmente giusta, ripartire dai luoghi della formazione ridefinendo il ruolo che questi svolgono nella società stessa.

Innanzitutto, serve rendere scuole ed università spazi di educazione, anche e soprattutto civica, a 360°.  Se l’attuale modello economico di mercato, produttivista e sviluppista, rappresenta il principale fattore di devastazione degli ecosistemi, è, allora, a partire dalle scuole e dalle università che è necessario introdurre progetti di ecosostenibilità, di riconnessione ai territori, di educazione al consumo consapevole, al riuso, al riutilizzo e alla ridistribuzione delle risorse.

Le scuole e le università devono avere un ruolo cruciale nell’analizzare la società e proporre nuovi orizzonti da raggiungere. In questo senso, è necessario che il loro ruolo di formazione e trasformazione da una parte non si limiti allɜ studentɜ, ma guardi al territorio in cui insistono contribuendo alla costruzione di processi partecipati, dall’altra favorire la produzione di conoscenza ridisegnando il rapporto insegnante-studente e scuola/università territorio.

Il sapere non è neutro: nuovi metodi e nuovi programmi per cambiare la realtà che ci circonda

È necessario che si lavori sulla didattica non solo nei termini di organizzazione e di strumenti, e quindi un rapporto più basso docente-studenti, ma anche nei termini di contenuti, introducendo nei programmi prospettive diverse da quelle legittimati in virtù della riproduzione delle dinamiche del sistema economico, ecologico, sociale e culturale dominante. Il contrasto e la prevenzione a qualsiasi forma sfruttamento delle risorse del nostro pianeta nella logica del profitto devono partire da un ripensamento strutturale del sistema educativo e formativo, perché è lì che tali pratiche hanno le proprie fondamenta.  In quest’ottica si deve tenere conto delle riflessioni transfemministe e decoloniali, fermando la riproduzione di saperi e pratiche eteropatriarcali e coloniali, essendo sia le donne che i paesi ex-Annex 1 e in via di sviluppo le prime vittime della crisi climatica e ambientale.

È dunque innanzitutto necessaria una riscrittura dei programmi (scolastici e universitari) e dei libri di testo, affinché questi educhino a un ripensamento del sistema vigente che è ad ora distruttivo per l’ambiente.

La didattica deve poi avanzare anche nella sua impostazione più profonda, le materie non possono più essere trattate in compartimenti stagni, ma è necessario che il loro studio sia finalizzato ad un approccio critico e trasformativo verso il reale.

Introdurre, inoltre, approcci diversi da quelli direttamente legittimati dal modello di sviluppo: non sono il sapere, le università e le scuole a doversi adeguare alle richieste del mercato del lavoro e del modello produttivo, ma il modello produttivo a dover integrare gli avanzamenti che, in maniera indipendente, la ricerca produce.

Partendo da quanto appena detto, è necessario rimettere al centro del dibattito pubblico intorno alla transizione ecologica il ruolo del sapere e della ricerca, per non lasciare alle grandi aziende inquinanti il ruolo di capofila nel processo di transizione, utile solo ed unicamente a conservare ed accrescere la loro capacità di accumulare profitto. Le istituzioni e i governi utilizzano le stesse parole d’ordine ma poi le leggi rispecchiano sempre gli stessi paradigmi: ricerca e università al servizio delle imprese per formare oggi i lavoratori e le lavoratrici flessibili di domani. Il quesito che ci poniamo diventa quindi come avviare una conversione ecologica che parta dalla liberazione dei saperi e la risposta non può essere che tramite forti finanziamenti pubblici superando la subordinazione della ricerca al mercato. Inoltre la condizione lavorativa fortemente precarizzata dei ricercatori e delle ricercatrici inficia sul potenziale trasformativo della ricerca stessa che diventa parcellizzata e incapace di immaginare soluzioni a lungo termine svincolate dalla logica di profitto. 

Risulta quindi necessario che la ricerca abbia un ruolo centrale nei processi di trasformazione della società tutta in quanto finalizzata al benessere della cittadinanza, dell’ambiente e dei territori.

Fuori aziende inquinanti e industria del fossile da scuole e università

Chiaramente, in virtù di quello detto precedentemente, è proprio a partire dai luoghi della formazione che è necessario porre dei punti fermi. Se il sapere è uno strumento fondamentale per costruire una società ecologista, i luoghi in cui il sapere circola non possono avere convenzioni, finanziamenti e rapporti con chi l’ambiente lo inquina, lasciando dietro di sé la scia delle macerie prodotte da un sistema predatorio ed estrattivista. Chiediamo che venga rotto qualsiasi patto tra scuole, università e aziende con implicazioni in reati di corruzione o devastazione ambientale: se i PCTO e i tirocini fanno parte del percorso didattico non è accettabile un’educazione che si fonda

su rapporti con aziende che causano danni all’ambiente come le multinazionali.

Edilizia scolastica  e universitaria: sicure ed ecosostenibili

La riqualificazione e messa in sicurezza degli edifici scolastici ed universitari è sempre più urgente, e non può che passare da un approccio fondato sull’ecosostenibilità. L’introduzione di pannelli solari e fotovoltaici, della raccolta differenziata, degli impianti di isolamento termico all’interno degli istituti sono elementi imprescindibili e possono rappresentare inoltre strumenti importanti nel processo di responsabilizzazione dello studente circa le questioni ecologiche e circa le reali cause del cambiamento climatico. 

In questo momento il 72,2% degli edifici scolastici si pone in una delle ultime tre classi energetiche, unз studentз su due crede che il proprio istituto sia vetusto e non ecocompatibile. Un ragazzo su due chiede, inoltre, spazi verdi esterni alla scuola per socializzare e fare attività sportiva all’aperto: è necessario infatti che le scuole inizino a cambiare radicalmente la concezione di spazi, riuscendo a utilizzare anche gli spazi verdi esterni per scopi didattici.

La sostenibilità della mobilità casa-scuola, infine, è da mesi al centro del dibattito politico per il ritorno a scuola in sicurezza e lɜ studentɜ chiedono il miglioramento del trasporto pubblico per il 53,8%, la sicurezza nell’accesso a scuola per il 45,7% e più piste ciclabili per il 21,8%.

Dobbiamo ripensare i processi di transizione a partire dalle crisi sistemiche che la comunità della Terra sta vivendo. Se è indubbio che le crisi ecologiche e climatiche sono le più rilevanti perché mettono a rischio la continuità della vita così come la conosciamo, le transizioni devono essere multidimensionali e comprendere i rapporti con la natura, il quotidiano, lo Stato e il sistema politico, l’economico, il sociale, lo spirituale, l’energia, le relazioni internazionali e l’etica. 

Temi centrali per le transizioni sistemiche sono, tra gli altri, l’estrattivismo, il produttivismo, l’antropocentrismo, il patriarcato, il capitalismo, il razzismo, lo Stato, i diritti umani e i diritti della natura. Questi temi non sono slegati l’uno dall’altro.

Il focus principale per una transizione sistemica deve essere il rafforzamento dell’organizzazione e dell’articolazione dei diversi movimenti sociali per l’autogestione dei loro territori: città, paesi, villaggi, comunità indigene, fabbriche, scuole, quartieri, ecc. 

Dobbiamo rivoluzionare la democrazia rappresentativa anche nel suo carattere antropocentrico, enfatizzando il carattere di interconnessione tra le componenti della natura. Dobbiamo mettere in funzione meccanismi di giustizia per la Terra e istanze come il Difensore civico della natura. 

La transizione verso economie post-estrattive e post-produttiviste non è un compito per il futuro, ma una politica di emergenza attuale che richiede di incoraggiare modi semplici, moderati e rispettosi di vivere con gli altri e con la natura. 

È urgente promuovere alternative sistemiche che recuperino e coesistano con i cicli di vita del sistema Terra e combattere le false soluzioni come la geoingegneria, i meccanismi di mercato e la finanziarizzazione della natura che sono già promosse dal capitalismo per affrontare il supposto collasso ecologico. 

Il cambiamento che ci attende è radicale, molti paradigmi che pensiamo inamovibili lo diventeranno e questo va pensato in chiave di benessere prima ancora che ti sopravvivenza.

  • La città deve essere rivista dal punto di vista concettuale, deve diventare multicentrica riducendo gli spostamenti “origine-destinazione”, chiediamo una rete di trasporto pubblico che colleghi ogni sua parte in modo efficiente, a cui si affiancare una rete che agevoli gli spostamenti in bici o a piedi. Anche le zone periurbane dovranno rispondere necessariamente a questo nuovo modo di intendere la presenza dell’uomo sul territorio.
    I collegamenti urbani dovranno quindi raggiungere tutte le zone di interesse e di influenza della città stessa. Al contempo le aree abitate extraurbane dovranno poter mantenere una propria autonomia data da servizi e infrastrutture adeguate.  
  • Arrestare il consumo di suolo è obiettivo centrale per un cambio di direzione e va perseguito, chiediamo: il divieto dell’espansione urbana, la riqualificazione delle città con aree verdi e agricole, Il collegamento tra i centri abitati esistenti dell’areale urbano con il trasporto pubblico della città. Per questo sarà necessario favorire i piccoli interventi ad alto impatto sociale, ambientale ed infine economico.
  • L’impatto delle città deve puntare allo “zero emissioni” auto bilanciando quelle inevitabili con le aree verdi e con un uso consapevole e condiviso con la cittadinanza e la comunità scientifica delle tecnologie utili a tale fine. I progetti vanno sottoposti a una valutazione di impatto ambientale e una di impatto sociale.

Le comunità vanno quindi coinvolte In tali processi poiché solo attraverso dei percorsi realmente partecipati i decisori possono compiere insieme cittadini dei passi significativi nei tempi che la crisi climatica ci impone.

Questo deve inoltre avvenire senza cedere alle semplificazioni che hanno come conseguenza lo sdoganamento di processi di distruzione dei territori, l’indebolimento dei controlli l’aggiramento della volontà popolare e il dibattito democratico sostituendolo con il centralizzare decisioni controverse.

Vanno valorizzate le azioni virtuose già in atto, che dalla tutela ambientale propongono ormai processi di valorizzazione auto sostenibile dei patrimoni dei diversi contesti – spesso da parte di attori che agiscono prevalentemente a livello locale, ma costituiscono una realtà di decine di migliaia di soggettività attive.

Il dissesto idrogeologico sempre più evidente perché portato alle cronache da sempre più ricorrenti frane, alluvioni, inondazioni amplificate dall’inasprimento degli eventi meteorologici legati al cambiamento climatico in atto, è sotto gli occhi di tutti. 

  • Vanno sostenute e rafforzate attività atte a contrastare questa situazione come: Promuovere il risanamento e la riqualificazione del patrimonio territoriale, naturale ed edificato; la produzione agro-rurale contestualmente al blocco del consumo di suolo; il recupero e riutilizzo delle strutture edilizie e insediative vuote o in disuso; la rigenerazione urbana specie se basata oltre che sul riuso sulla ricostituzione degli ecosistemi e non su generici ampliamenti di verde e copertura vegetale; la ripresa di attività ecosostenibili nelle aree interne; le azioni delle comunità energetiche; la rivisitazione del turismo di consumo in visiting eco-socio-culturale.

Tutto ciò non può tuttavia costituire il mosaico delle intenzioni delle grandi imprese, che fino a ieri hanno contribuito ad alimentare la crisi ambientale e sociale e oggi pretenderebbero di proporsi come alfieri e gestori della Green Economy. Lo scenario-guida deve muovere da formulazioni chiare di obiettivi ecologici e sociali e di verifica degli impatti, ma soprattutto esser determinato dalla tutela e valorizzazione di territorio e paesaggio.

Non è infatti pensabile che senza un ragionamento economico a tutto tondo, e cioè che includa non solo il profitto finanziario ma anche i possibili guadagni e l’abbattimento delle disuguaglianze per la comunità umana, animale e vegetale si possano affrontare con efficacia i drammi che il consumo di risorse crea.

Il territorio-paesaggio deve essere compreso e trattato nella sua accezione strutturale, di sistema di sistemi interagenti e storica. Bisogna pertanto comprendere i meccanismi di formazione e trasformazione e i caratteri tipo-morfologici della struttura territoriale, e leggere le diverse preesistenze, nel contesto di un quadro di interdipendenze morfologiche e funzionali. Una tale impostazione è inoltre l’unica coerente con le caratteristiche intrinseche dei fenomeni ambientali ed antropici, da osservare e controllare, che sono definibili solo come funzioni di più sistemi complessi interagenti.

In questo quadro, che può essere avviato seguendo la struttura portante dei piani territoriali paesaggistici, si può favorire la riconversione ecologica e l’innovazione tecnologica del sistema produttivo.

È necessario sviluppare, in tale logica, prodotti informativi per la gestione e valorizzazione delle risorse territoriali di un ambito territoriale, urbano, elaborato attraverso l’analisi di diverse componenti territoriali con l’ausilio di un sistema di rilevazione dati altamente innovativo.

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